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L'impronta di Francesco Borromini

Sostanziali novità si delineano a partire dal 1646, ovvero quando il continuo sviluppo del Collegio e l'esigenza di un suo più razionale funzionamento "imposero la necessità di ulteriori ampliamenti al Palazzo della Congregazione". E' infatti da allora che compare, come architetto di riferimento per "Propaganda", Francesco Borromini, acceso rivale del Bernini ed anch'egli artefice di straordinaria inventiva. Già nel maggio 1647 l'artista lombardo presentò ai Cardinali della Congregazione una serie di disegni relativi alla realizzazione di una nuova manica palaziale destinata a sfruttare tutto lo spazio disponibile nell'isolato per una nuova chiesa, una stamperia, un "ospizio" per i Vescovi e nuove stanze destinate agli alunni del Collegio. Forti dibattiti interni alla Congregazione portarono a una serie di modifiche nell'originario indirizzo progettuale, mentre complessi fattori ambientali determinarono un ritmo tutt'altro che rapido procedendosi "fra incertezze, interruzioni e contestazioni, per quasi un ventennio, fino agli ultimi anni di vita del Borromini". Particolare rilievo monumentale nell'ambito di questo intervento viene ad assumere la facciata borrominiana laterale su Via di Propaganda, con doppio accesso al collegio e alla cappella tramite vestibolo. Sia nella versione terminante al cornicione sia in quella proseguita in verticale nell'attico entro il 1665 diventa elemento sostanziale di snodo tra importanti articolazioni dell'edificato, così come la cappella è ora uno spazio baricentrico tra linee di forza dello stesso, costituendo un trait-d'union simbolico e pratico tra il collegio e la sede della congregazione. L'avvio effettivo del cantiere data al 1652 e parte con la demolizione delle superstiti casupole limitrofe. Nuova lunga pausa e ripresa in autunno 1660 sullo scorcio del pontificato di Alessandro VII Chigi che volle personalmente la conclusione della nuova chiesa del Collegio giunta a compimento anche nel suo apparato decorativo sostanziale nel novembre 1665, in una forma (completamente rinnovata rispetto alla precedente ellittica) declinata su un "invaso rettangolare con angoli concavi completamente arrotondati". Il 1665 segna comunque l'epoca di conclusione della fabbrica con una serie di adattamenti finali (protrattisi fino alla morte del Borromini, suicida nel 1667, e anche oltre) relativi a stagnazione di volte, si rimediò a diverse sviste costruttive o cattive esecuzioni di lavori, nonché alla realizzazione dell'ala della Biblioteca, forse anche su disegno del maestro lombardo. Giunto a compimento, pur privo di un carattere architettonico unitario perché frutto di numerose e complesse segmentazioni ampliative modulari, "er gran palazzo", come lo definirà il Belli, assume un ruolo potente di definizione urbanistica entro un'area fondamentale del centro storico di Roma e soprattutto si qualifica come efficace macchina funzionale volta alla formazione dei ranghi di una grandiosa organizzazione missionaria rispondendo in pieno alle finalità della sua missione. Posteriore al compimento seicentesco del palazzo è l'aggiunta di un piano al Collegio a destra della facciata e su via Capo le Case. La costruzione sorse nel 1704 per disposizione di Clemente XI, alterando però in modo grave le proporzioni e l'impronta stilistica della facciata borrominiana. Faranno seguito solo due interventi di peso sempre volti a salvaguardarne la stabilità e la sicurezza: il consolidamento operato dall'architetto Gaspare Servi nel 1842 e l'analogo contributo alla statica dell'edificio diretto dall'architetto Clemente Busiri-Vici nel decennio 1930-40 a seguito della dismissione della sua funzione didattico-formativa col trasferimento del Collegio Urbano nella nuova sede gianicolense. Gli ultimi restauri del 1955 e del 1967, sempre nel solco operativo dell'atelier Busiri-Vici, hanno riqualificato sotto il profilo storico-artistico l'intero complesso.